Concluse le elezioni amministrative, dopo una serie di innumerevoli quanto vacue discussioni sul voto e non sui programmi e sulla loro applicabilità , ci si sarebbe dovuti aspettare una fase di dibattito e di riflessione precisi ed approfonditi. Al suo posto, invece, si è sostituito un commento, a più voci nella forma, ma omogeneo nella sostanza, avente come oggetto solo nelle intenzioni, vere o presunte, la volontà dell’analisi, ma producendo negli effetti solo celebrazioni di immagini senza contenuti. Con ciò coerenti, del resto, con il sostrato culturale diffuso e trasversale tra i partiti, oggi dominante, quale il populismo. Il populismo come conseguenza e non causa della degenerazione della dialettica. Il populismo come inevitabile tecnica di comunicazione sociale, in virtù delle modalità di relazione che il sistema statalistico impone, e non come scelta tra le opzioni ma solo come esclusiva soluzione dei conflitti. Per uscire da questo contesto desolante, da questo ciarpame burocratico, giuridico, massmediatico, sul quale il socialismo reale prospera vigorosamente, indossando, ripeto, la divisa del populismo, è necessario affrontare, per tutti coloro che si riconoscono nella cultura liberale, una questione ormai ineludibile: l’identità del Polo e il suo impianto valoriale, la sua storia, le sue tradizioni. Questioni alle quali si deve dare una risposta se si vuole creare un nucleo centrale di aggregazione che, in virtù di un’esperienza simbolica, permetta che i componenti di un gruppo, movimento o partito politico, vi si identifichino. Senza questa presa di coscienza profonda delle nostre origini, appare difficile controbattere a tutti coloro che pregiudizialmente dichiarano, da intellettuali, l’egemonia e la supremazia della cultura interpretata da sinistra.
Per formare e mantenere un’identità collettiva, un partito o un movimento politico deve necessariamente confrontarsi con le proprie ideologie, in modo che un valore, come ad esempio la libertà , sia identificato con l’immagine che viene ad essere immediatamente vissuta quale parte costitutiva della nostra vita, capace di dare un senso e un indirizzo che altrimenti non avrebbe. In mancanza di ciò, senza una demarcazione radicalmente alternativa sul piano culturale, capace di portare in emersione le incongruità e le contraddizioni in tutti coloro i quali, attraverso indebite appropriazioni simboliche, si spacciano per liberali, lo spazio della politica sarà occupato dalla confusione. Confusione che a sua volta produrrà disaffezione, penalizzando principalmente coloro che non sono indottrinati dalla religione statalista, dalla sua fede, dai suoi dogmi. Per un liberale nulla è immodificabile e tutto può essere discutibile, in quanto ogni individuo è portatore di una conoscenza fallibile e parziale. Ciò fa nutrire ancora una volta il ragionevole dubbio che aver voluto impostare la bandiera del Polo, inscrivendo frettolosamente su di essa i valori della libertà come principio aggregatore di idee ed esperienze, senza aver costruito e sviluppato contemporaneamente una cultura sull’individuo, sia stato forse ieri un errore inevitabile, ma oggi un problema certo ineluttabile. Vi è poi un aspetto della questione che rende più complicata la soluzione, in considerazione degli elementi culturalmente affini alla personalità affettiva ed emotiva delle genti italiane. Il comunismo dell’avvenire ha nel nostro Paese radici antiche, tali da lasciare intravedere come il sostrato culturale del marxismo italiano sia stato possibile in quanto esso stesso è gemmazione del cattolicesimo romano. Quest’ultimo in Italia, nella sua versione del cattolicesimo clericale, oggi, dismessa la maschera del pauperismo, ha intrecciato un’organica relazione con il populismo marxista, dando vita non solo a una tecnica di organizzazione del potere (catto-comunismo) ma a una vera e propria filosofia culturale. Importare dunque i principi dell’empirismo anglosassone dentro e contro la tolemaica Weltanschauung mediterranea, è impresa ardua, temeraria, ma non impossibile. Intanto, per la semplice ragione che l’utopia comunista non è più soltanto idealmente confrontabile con l’economia di Mercato, perché oggi alla luce dei risultati della bancarotta intellettuale ed economica sovietica, la sua esperienza è concretamente raffrontabile con il Mercato. Tuttavia l’impegno al quale dobbiamo prodigarci è ancora relativo a uno degli effetti collaterali e più perniciosi del socialismo reale italiano, ovvero il conformismo culturale. Conformismo clericale, pantofolaio, ipocrita, servo e strumento del potere. Serve dunque, urgente e necessaria, una coraggiosa, veemente, esplicita azione culturale, i cui rappresentanti possano orgogliosamente dichiararsi intellettuali di destra, possano serenamente rendere inoperosa e inefficiente la funzione rassicurante e consolatoria della cultura dell’intellettualismo bobbiano e sub-bobbiano. Soprattutto ci si deve opporre al tentativo in atto da parte della sinistra di progettare e costruire l’antibobbio e la cultura di destra da sinistra. Questa inaccettabile intolleranza, la loro inaudita violenza nel voler imporre non solo la loro concezione del mondo ma anche di inventarsi la legittimazione dell’avversario, sulla base delle loro convenienze, deve essere rigettata e ridicolizzata con tutti i mezzi possibili. Appare allora in tutta la sua strumentale politicizzazione la valenza assunta da parte di chi controlla, influenza ed indirizza i mass media, imponendo i miti e i simboli della cultura di regime. A loro dobbiamo rivolgere la nostra sfida, provocandoli con la forza delle nostre idee attraverso programmi intellettualmente fondati. Convinti come siamo che siano le idee a cambiare il mondo.

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