25 Aprile 1997 - Media
Estetica

L’ARTISTA/ Wolfgang Tillmans alla galleria S.A.L.E.S. di Roma

Avete presente la fotografia più normale che mente qualsiasi possa immaginare? Quella di formati standard, resa finale di variabile livello e qualità di inquadratura ritrovabile in qualsiasi album per pellicole di famiglia e amicizie varie. Bene, ora prendete questo diffuso principio di “quotidianismo fotografico†ovvero, immaginate di scegliere tante stampe piccole e medie, colori o bianconero che siano, e ricomponenete un ideale album sul muro di una galleria, di un museo o di qualsiasi altro luogo con aura espositiva. Fatto ciò pensate al principio del “percorso a legame personaleâ€, lo stesso che esemplifica la giovane e già intensa carriera del tedesco Wolfgang Tillmans. L’artista in questione è finalmente in Italia, oggi alla sua prima personale che Roma ospita presso la S.A.L.E.S. di Ruggeri-Mininni: qui dentro si condensa quel che dicevo a proposito di fotografia “normale†e percorso personale, sempre con quell’aspetto così semplice che lo stesso allestimento, con le foto appiccicate tramite scotch, rende ancor più volante e generazionale. Tillmans fotografa e racconta mille frammenti, minimi o meno, della sua vita quotidiana: amori e feste notturne, sesso, giro in città, locali e semplici gesti, interni domestici e corpi attanagliati, omosex ed etero, amici, droga, conoscenti, viaggi, musica, prati, sport... il proprio contesto, insomma, in un giro molteplice di scatto fotografico, a cliccare sullo scorrere del proprio mondo per poi usare i reperti come flash sparsi di una memoria che si disperde su qualche parete. Il suo stile è ponderatamente disordinato, proprio a metà tra la dimensione di artista professionale e il profondo conoscitore del proprio istinto che rimane tale nella scelta estetica di un linguaggio “poveroâ€, fotograficamente minimo nel merzbau murale di tanti scatti uno vicino all’altro. Che lo spettatore sprovveduto non si aspetti patinature, grandi cibachrome accattivanti e impatti in cinemascope di ogni immagine; qui si va dal puro anonimato tematico di tanti pezzetti a qualche punta più passionale, a momenti di lucido o folleggiante delirio, sempre nel baluginio altalenante che tanto rispecchia, tra decine di reperti, il normale senso mutante della vita. Tillmans, in fondo, non fa altro che raccontare, come se fosse in un romanzo per sole immagini sparse, la vita di alcuni ragazzi dentro questi anni e in una certa parte di mondo: l’universalità di situazioni e messaggio arriva, poi, come immediata e positiva conseguenza.

IL FILM/ “Le acrobate†di Silvio Soldini

Sale la temperatura qualitativa del momento italiano al cinema: e Silvio Soldini ci regala, col suo Le acrobate, il film più intenso, intellettualmente profondo e comunicativo di questa primavera che a Cannes non avrà, grave errore della kermesse, uno dei migliori passaggi di testimone da Antonioni verso il nome ormai più maturo della nostra cinematografia. Di bello, il regista de L’aria serena dell’ovest, ha proprio questo doppio binario tra emozione e immagine profonda, tra cultura dell’Uomo e trasposizione dei sentimenti dentro un filtro che è cinema di immagini magnetiche, di sottili parole che scavano a fondo e di ingresso profondo nelle memorie ancestrali. Quattro esseri femminili, quattro come le piccole acrobate scultoree, sono le protagoniste di questo viaggio transitalico, transgenerazionale, dentro le età di una vita che diviene allegoria di un tempo unico diviso in quattro corpi soli. Ci sono le due facce della giovinezza matura, Maria (Valeria Golino) dal sud pugliese e una Elena (Licia Miglietta) nel profondo, imprenditoriale e un pochino triste nord; poi c’è la vecchiaia di Anita (Mira Sardoc) e la fanciullezza di Teresa (Angela Marraffa), figlia di Maria e, come la madre, tanto attirata dal nord, dalle sue montagne, dalle alchemie dei climi gelidi e innevati. Maria rappresenta il margine sociale e il sogno di salire verso qualche nord; Elena ha molto nel lavoro, nel portafogli eppure, bilancio esistenziale alla mano, si trova senza figli e con un amante (Fabrizio Bentivoglio) che ha già casa, famiglia e bottega propria. Gli estremi di vecchiaia e primi albori adolescenziali saranno l’intercapedine che unirà le vite di due donne tristi e sole: la vecchia renderà possibile la conoscenza tra loro due, mentre la bambina porterà al futuro questa amicizia intrapresa, questa affinità eletta da un destino che è nel caso della memoria dell’Uomo. Quattro lati, insomma, per un Soldini che parte dal rigore geometrico per poi congiungere gli angoli e dare profondo spessore al suo quadrato di “acrobate†sul filo sottile del vivere quotidiano. Ognuna cammina guardando nel vuoto ma andando avanti, verso un obiettivo che finale migliore non poteva trovare. Non lo racconto l’epilogo ma assicuro una scheggia di appassionante poesia del gesto minimo, ultimo raccordo interiore tra un film di rara pulizia morale e le sue onde magnetiche verso spettatori che ricevono comunicazione, rispetto per le immagini e atmosfere di un cinema che si inciderà sulla corteccia dei nostri ricordi.

IL LIBRO/ “Il diario di Frida Kahlo...†(Leonardo)

Questo libro su Frida Kahlo non aspettatevelo come catalogo o nella forma di un normale testo narrativo: il corpus principale è tutto in immagini ma con qualcosa di molto particolare, una vera chicca voyeuristica fatta di pagine colorate di un diario personale redatto tra il 1944 e il ‘54. Frida Kahlo lo ha scritto tra dolori del corpo e accensioni passionali per il suo grande amore, quel Diego Rivera che conquistava il Messico con personalità dilagante. Lei, mentre muralisti e rivoluzione avevano dato altre identità sociali, viveva il disagio di una femminilità distrutta eppure in arte riusciva a cambiare tutto, a trovare grinta inusuale e accendere fuochi con le sue immagini risucchianti, col suo mondo di poesie attorno alla tematica di un corpo massacrato ma più vivo che mai. Nel diario ci sono flash, schizzi, piccole idee in abbozzo e forme inaspettatamente più compiute: parole e immagini per decine di giorni che mostrano i diversi stati d’animo, gli attimi più cupi e gli svettanti voli pindarici dell’artista. Un libro curato in ogni dettaglio, pubblicato con fedele riproduzione delle pagine originali ma anche con una parte dove trovare la traduzione delle parole attorno ai tanti disegni. Un’opera davvero unica su un’artista che ha cambiato l’identità femminile nelle arti visive.

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