Nel documento approvato dal plenum del Csm è scomparsa la dizione “democrazia a rischio” inserita dopo le tante esternazioni anti giudici di Silvio Berlusconi
Ai non iniziati alle segrete alchimie delle stanze del palazzo dei Marescialli, sede storica del Consiglio superiore della magistratura, potrà anche apparire una questione di lana caprina se nel documento approvato dal plenum del Csm è scomparsa quella dizione di “democrazia a rischio” a causa delle tante esternazioni anti giudici di Silvio Berlusconi che hanno determinato da parte dell’organo di autogoverno della magistratura l’apertura di un numero ormai stucchevole di “pratiche a tutela”. Mancino se l’è presa anche con un’agenzia di stampa che avrebbe disinformato dicendo che questa espressione non era mai stata usata nella relazione della prima commissione del Csm visto che in realtà la dizione esatta era sin dall’inizio “...non può essere consentito che venga genericamente e indiscriminatamente gettato forte discredito sull’intera magistratura o su una parte significativa di essa...mettendo a rischio l’equilibrio stesso tra poteri e ordini dello stato sul quale è fondato l’ordinamento democratico in questo paese”. Ansa e Agi sintetizzavano tutto ciò in con “democrazia a rischio”. E forse non del tutto arbitrariamente. Insomma da questo fraintendimento è nato un caso, tanto che Mancino ha sentito il bisogno, pare dopo aver parlato con Napolitano, di precisare che quell’espressione non era mai stata usata. Ma se si legge la lunga geremiade vergata in prima commissione dai membri del Csm Ugo Bergamo e Mario Fresa, tutto sommato ci sono ben altri punti che fanno sobbalzare. Ad esempio laddove si afferma, in riferimento alle “imputazioni” mosse al premier che hanno determinato altrettante pratiche a tutela, da quando l’ultima volta lo scorso 26 febbraio ha parlato di pm “talebani”, su per li rami sino a quando parlò l’8 settembre del 2009, con riferimento alle inchieste sulle stragi del ’92 e del ’93, e ai mandanti politici, con riferimento alle procure di Milano e Palermo, di “giudici che cospirano contro di noi”, che “l’assunto di una magistratura requirente e giudicante che persegue finalità diverse da quelle sue proprie e, per di più, volte a sovvertire l’assetto istituzionale democraticamente voluto dai cittadini costituisce la più grave delle accuse ed integra, anche per il livello istituzionale da cui tali affermazioni provengono, una obiettiva e incisiva delegittimazione della funzione giudiziaria nel suo complesso e dei singoli magistrati”.
Poco più avanti da tutta questa premessa la prima commissione del Csm trae questa conclusione: “L’interpretazione in chiave politica delle condotte di magistrati, nell’esercizio delle loro funzioni, come manifestazione di una persistente e dolosa volontà persecutoria, costituisce elemento di discredito della funzione giurisdizionale nel suo complesso e di ogni singolo magistrato, soprattutto quando, come nel caso di specie, si asserisce in termini di assolutezza l’esistenza di una cospirazione posta in essere dalla magistratura nella sua maggioranza o da una parte di essa”. E ancora: “Tali condotte destano allarmata preoccupazione in considerazione del fatto che possono produrre, oggettivamente, nell’opinione pubblica la convinzione che la magistratura non svolga la funzione di garanzia che le è propria, così determinando una grave lesione del prestigio e dell’indipendente esercizio della giurisdizione con il conseguente turbamento al regolare svolgimento e alla credibilità della funzione giudiziaria”. Il capolavoro di rovesciamento della frittata è nel paragrafo seguente in cui ci si fa scudo con le dichiarazioni del capo dello stato Giorgio Napolitano di pochi giorni fa, volte in realtà a depotenziare lo scontro sempre cercato dal Csm: “la stessa preoccupazione pare aver mosso anche il Presidente della Repubblica il quale, già nella seduta del Consiglio del 14 febbraio 2008, aveva dichiarato che ”chi svolge attività politica non solo ha il diritto di difendersi e di esigere garanzie quando sia chiamato personalmente in causa, ma non può rinunciare alla sua libertà di giudizio nei confronti di indirizzi e provvedimenti giudiziari. Ha però il dovere di non abbandonarsi a forme di contestazione sommaria e generalizzata dell’operato della magistratura; e deve liberarsi dalla tendenza a considerare la politica in quanto tale, o la politica di una parte, bersaglio di un complotto da parte della magistratura“. A farla breve il Csm crede di stare sempre dalla parte della ragione e anche quando le proprie prese di posizioni possono creare incomprensioni con il Colle, che si sente tirato per la giacchetta, o generare il classico ”giallo del bidone giallo“, giammai arretra nel proprio sdegno anti Cav. E trova come sponsor che, come il buon Nichi Vendola ieri, usa con entusiasmo le parole del Csm per la propria campagna elettorale. E seppure il parlamentino delle correnti dei magistrati non avrà detto che Berlusconi è un ”pericolo per la democrazia“, ma che, per colpa sua, sono in pericolo ”gli equilibri democratici“, questo, per l’uomo comune, ”se non è zuppa si chiama pan bagnato.“

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