Se ci si vuole togliere lo sfizio di digitare su “Google” le parole magiche dell’irruzione sulla scena politica (ovvero discesa in campo) di Berlusconi, la sorpresa è l’apparizione di quasi 200 milioni di risultati che informano come “l’ingresso in politica di S. B. , noto anche come discesa in campo, avvenne il 26 gennaio 1994 attraverso un messaggio televisivo di 9 minuti registrato. . . L’espressione ’discesa in campo’ si ispira chiaramente ad analoghe espressioni idiomatiche di metafore calcistiche, ma anche belliche tipo la dichiarazione di guerra di Mussolini nel 1940” ecc ecc. A parte questo accenno al Duce, del tutto improprio e che non rientra negli ambiti psicopolitici berlusconiani - se non per il ricorso alla piazza e/o bagno di folla, rito celebrato ben prima dell’avvento di Benito Mussolini - la metafora calcistica del 1994 mi è tornata alla mente seguendo l’ultima conferenza stampa del Cav, quella interrotta da un Carlomagno de cuius, nervosamente rimbrottato dal Ministro della difesa. Perché il recentissimo intervento elettorale richiama quell’altro, primigenio e simbolico? Perché, esattamente come nel suo ingresso in politica, questa esternazione ha mostrato la determinazione berlusconiana di condurre in prima persona la competizione/scontro che, nel linguaggio calcistico, corrisponde appunto ad una ridiscesa in campo, in occasione di una partita che non potrà non essere decisiva. La posta in gioco, dopo i pasticci delle liste e l’addio alla logica della carta bollata giudiziaria, è più alta che mai e investe direttamente il Premier di una mission che ai più apparirebbe impossibile -recuperare tre o quattro punti di handicap - mentre per il diretto interessato altro non è che l’ennesima sfida lanciata all’avversario. Anche la tecnica comunicativa di oggi ricalca le linee generali e i linguaggi di quella del 1994 e successivi, con tanto di “zona Cesarini”, di “entrata a gamba tesa”, dei “fuori gioco dell’opposizione”, delle “ripartenze”. E va da sè, dei più volte sottolineati “risultati a tavolino”. Queste metafore calcistiche trasposte nella politica, si strutturano in una più generale strategia peraltro mai abbandonata da Berlusconi, che consiste nel trasformare l’appuntamento elettorale in un match da non pareggiare, in un vero e proprio referendum: su sè stesso.
E’ un modo per risvegliare i tifosi non poco confusi dalla sorprese ultime, e di buttare il cuore oltre la trincea, per chiedere il giudizio di Dio, l’ordalia laica, la vittoria netta in campo. Oggi, anno di grazia 2010, è anche e soprattutto l’unico modo per trasvolare e scompaginare le evidenti beghe interne del Pdl. Un Pdl che non è più la “vecchia” e gloriosa Forza Italia di allora. E, forse, al Berlusconi di questi giorni sarà ritornata un po’ di nostalgia per quella sua creatura che seppe plasmare su sè stesso adattandola al vuoto creatosi nella politica di allora con un’offerta politica di alto gradimento per moderati e orfani dei partiti annientati dall’inchiesta del secolo. Le cose cambiano. Il Pdl non è FI, così come il clima politico odierno è forse più complesso, torbido, inquietante, diverso da quello di 16 anni fa. Eppure, i conflitti, gli scontri, i problemi sul tappeto sono (quasi) gli stessi, a cominciare dalla riforma delle riforme. Quella della giustizia la cui politicizzazione portò alla caduta del Primo Governo Berlusconi e del Prodi 2, proseguendo ancora contro l’attuale governo ritenuto dal Csm un rischio per la democrazia. La ridiscesa in campo del Cav, l’assunzione in prima persona della campagna elettorale regionale tramutata perciò stesso in test politico, non potrà non avere conseguenze sul dopo, a cominciare dal Pdl, e dall’azione di governo, comunque vadano le cose. Specularmente, le scelte di un Pd che corre sul filo del rasoio dipietresco, comporteranno, ancor prima dei risultati, scosse interne in un partito che, come e peggio del Pdl fra FI e AN, non ha metabolizzato la fusione a freddo fra ex Ds ed ex Dc, ben lontana da qualsiasi approdo al centro, anzi. All’ennesimo, perentorio richiamo della piazza, o meglio della foresta giustizialista, viola e antiquirinale, non basterà l’avvertimento di Letta: se Di Pietro attacca il Colle, allora non reggerà l’alleanza. Perché non si tratta di questo o quell’attacco, ma di un ricatto, continuo. Al Pd e al Quirinale.

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