12 Marzo 2010 - Interni
L’abbraccio mortale dei democratici con Di Pietro

La campagna delle liste ha lasciato campo libero a quella elettorale. Si può dunque fare un primo riassunto di tutta la storia, cercando di capire chi ha vinto e chi ha perso. In sintesi: non hanno vinto né destra né sinistra e ha perso la democrazia. Il Pdl ha perso punti agli occhi degli italiani, dato che il suo leader incarna l’ideale dell’uomo del fare: tanto pragmatismo e politica zero. Allo stesso modo ha perso Pier luigi Bersani che non ha avanzato alcuna soluzione per uscire dalle secche delle liste. Ha preferito guardare altrove per non immischiarsi in una situazione che avrebbe portato a un compromesso onorevole con la maggioranza. In compenso il segretario del Pd si è distinto nel chiosare le dichiarazioni degli esponenti del Pdl. E solo dopo che la lista del Pdl del Lazio è stata bocciata dalla magistratura amministrativa, ha proposto di azzerare tutti i ricorsi presentati dal Pdl e dal Pd, in modo che la campagna elettorale potesse prendere l’abbrivio. A ben vedere non ha proferito verbo nemmeno nei confronti del Capo dello stato, quando questi ha firmato il decreto interpretativo, dopo essersi opposto al primo decreto salva liste. Ma Bersani ha fatto persino di peggio: ha cavalcato il giustizialismo di Di Pietro. La cui proposta di impeachment del Capo dello stato fa capire di che pasta politica è il personaggio. Sia Bersani che Di Pietro hanno poi lanciato la proposta della manifestazione di sabato, per mettere al ludibrio pubblico il decreto salva liste che, alla prova dei fatti, ha fatto un buco nell’acqua. La manifestazione ha aperto nel Pd una querelle tra chi parteciperà e i contrari.

Da una parte, i Ds di Bersani e il cotè cattolico di cui Rosy Bindi è portabandiera, dall’altra gli ex Popolari di Franco Marini e gli ex Ds garantisti. Il comportamento di Bersani sconcerta non essendo consono a un riformista che si dichiara tale ai quattro venti. Un riformista avrebbe trovato la soluzione, non avrebbe fatto ricorso alla piazza e tantomeno avrebbe marciato con il giustizialista Di Pietro. Prova ne sia che i governi di centrosinistra sono sempre caduti per deficit di riformismo. In verità, Bersani ha cambiato linea politica rispetto a quella che lo aveva portato alla segreteria: ha aperto all’ala giustizialista e ai comunisti di tutte le razze. In questa fase elettorale e a maggior ragione dopo, con l’avvicinarsi delle politiche, l’alleanza con Di Pietro sarà l’asse portante della coalizione di centrosinistra, siccome altri partner della stazza dell’Idv non ce ne sono, salvo che non entri in ballo l’alleanza con l’Udc. Se l’alternativa al centrodestra è questa non è credibile, anche perché non raccoglierebbe mai i voti dell’elettorato riformista e garantista. Il problema non è solo Di Pietro ma la carovana giustizialista che si porta dietro. La quale sta litigando per chi è più duro e puro e, per di più, ha una capacita di fuoco spaventosa. Basti vedere la campagna condotta dal quotidiano “Il Fatto” contro il Presidente della Repubblica, garante delle istituzioni oltreché responsabile dell’unità del Paese. Bersani non si rende conto che non si governa con una compagnia di giro giustizialista in coppia con il cotè massimalista? Le esperienze brevi e fallimentari dei governi dell’Ulivo e dell’Unione non gli hanno insegnato nulla? Staremo a vedere. Il primo assaggio di questa alleanza l’avremo sabato prossimo.

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