Non c’è giornale che non si sia occupato alla penosissima vicenda di Pietrino Vanacore, l’ex portiere dello stabile di via Poma dove venne uccisa Simonetta Cesaroni. Una vicenda che risale a vent’anni fa, uno di quei delitti che nonostante il tempo continua a rimanere nell’immaginario collettivo per quell’alone di mistero che nessuna indagine o processo potrà mai del tutto fugare. Molti ora sostengono che Vanacore, alla fine, è stato schiantato da quel mistero, dai sospetti che su di lui gravavano: che quantomeno sapesse qualcosa e non tutto avesse detto; e se ne sia liberato, del mistero e dei sospetti, con quella morte atroce che si è voluto dare. Nel dirlo, cinicamente, quei sospetti vengono riproposti, e si continua a dar corpo a quel mistero; sicché quel suicidio gli potrà aver dato la pace che in vita non aveva, ma ci sarà sempre, comunque, qualcuno che nel ricordo solleverà un dubbio. Non è arbitrario dire che la vicenda di Vanacore richiama in qualche modo quella di Girolimoni: che si volle mostro stupratore e assassino di bambine, e in un tempo – il fascismo – in cui era vanto poter dire che si potevano lasciare “le porte aperte”, tanto il regime garantiva la sicurezza. Cosicché bisognava acciuffare subito un colpevole, e pazienza se il colpevole non era tale. Girolimoni non si è ucciso, ma nel bel film con Nino Manfredi che nel 1972 ne ricavò Damiano Damiani, indimenticabile è la figura del vetturino interpretata da Mario Carotenuto: accusato anche lui ingiustamente, da tutti guardato con sospetto; e che alla fine si uccide platealmente, ingoiando acido muriatico.
La si è presa alla lontana, chiedo scusa. Si voleva in qualche modo porre l’attenzione sui tanti che, per qualche ragione, hanno a che fare in un momento della loro vita con la giustizia, con l’apparato giudiziario, non reggono, ed evadono uccidendosi. Per esempio il caso di Giuseppe Sorrentino, un uomo di 35 anni che si è ucciso domenica mattina, era detenuto nel carcere di Padova. I compagni di cella erano fuori, per l’ora d’aria, lui con un lenzuolo si è impiccato alle sbarre della finestra del bagno. Quando sono arrivati i soccorsi, Sorrentino era già morto. C’erano stati segni premonitori, era reduce da un lungo sciopero della fame, era stato più volte ricoverato in ospedale e in centro clinico penitenziario. E’ il secondo in meno di due settimane nella casa di reclusione di Padova, dove il 23 febbraio scorso, nella stessa Sezione, si tolse la vita Walid Alloui, che aveva soli 28 anni. Tredici detenuti dall’inizio dell’anno si sono tolti la vita, e trentuno in totale sono morti in carcere. Nella prefazione a un libro, “Storie di ordinaria ingiustizia”, che raccoglie storie di innocenti finiti in carcere e dall’esperienza del carcere stritolati, Leonardo Sciascia sosteneva paradossalmente (ma non tanto), che i magistrati, nella loro formazione, avrebbero dovuto mettere in conto un soggiorno di una settimana nel carcere dell’Ucciardone a Palermo o di Poggioreale a Napoli: per misurare così in corpore vili cosa significa la detenzione. E’ una misura che andrebbe estesa anche ai giornalisti. Forse scriverebbero con meno leggerezza, meno cinismo, più rispetto, maggiore pietà.

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