12 Marzo 2010 - Interni
IL DRAMMA DEL PD
Bersani all’ultima spiaggia

Ma qual è il motivo che ha spinto il Partito Democratico ad aderire alla manifestazione di sabato prossimo indetta dal “popolo viola”? Di sicuro non può essere la voglia di protestare contro il decreto “salvaliste”. Perché a Milano la lista capeggiata da Roberto Formigoni è stata riammessa prima che il provvedimento entrasse in vigore e senza alcun bisogno di essere utilizzato. Ed a Roma il Tar ha tranquilamente ignorato la “toppa” messa dal governo confermando la bocciatura della lista del Pdl con motivazioni che sembrano fatte apposta per giustificare le proteste di Silvio Berlusconi. Ma se non è l’indignazione contro il decreto “ad partitum” del Cavaliere perché Pierluigi Bersani ha deciso di scendere in piazza? Le spiegazioni che vanno per la maggiore sono due. La prima, fornita ingenuamente da Paolo Gentiloni, è che il Pd aderisce alla manifestazione del “popolo viola” per evitare le polemiche che sarebbero inevitabilmente scoppiate se non lo avesse fatto. La seconda, sempre secondo Gentiloni, è che il Pd scende in piazza perché nelle tornate elettorali a muoversi è più il “voto verticale” che quello “orizzontale”. E mai come in questa occasione il partito ha necessità non di conquistare gli indecisi estranei alla sinistra ma di recuperare i delusi della sinistra stessa convincendoli a non farsi catturare dall’Italia dei Valori. In un caso o nell’altro, quindi, la motivazione del Pd è tutta interna. Sia quella di evitare una ennesima esplosione di polemiche intestine sia quella di cercare di bloccare e trattenere i delusi attratti da Antonio Di Pietro. Queste motivazioni sono sicuramente valide. Ma rappresentano non solo la conferma di una profonda difficoltà a recuperare un minimo di capacità d’iniziativa politica esterna al partito ma anche la tendenza, ormai talmente radicata da apparire irreversibile, a tentare di risolvere questa difficoltà ripiegando e trincerandosi nel più tradizionale e scontato estremismo.

L’obbiettivo è di mantenere vivo il rapporto con una base da sempre educata non alla moderazione di stampo riformista ma alla violenza verbale ereditata dall’antico massimalismo. E fermare in qualche modo l’emorragia ormai continua dell’elettorato cresciuto a pane ed estremismo verso il movimento giustizialista e giacobino dell’Italia dei Valori. E’ probabile che in una fase politica diversa, non condizionata dall’imminenza del test elettorale di mezza legislatura delle regionali, Pierluigi Bersani non avrebbe adottato la linea dell’arroccamento estremista e della rincorsa continua nei confronti di Di Pietro. Ma le elezioni incombono. L’esigenza di non perderle in maniera clamorosa, per non dover essere costretto a lasciare la segreteria, è sempre più pressante. E, quindi, il segretario del Pd si vede costretto suo malgrado a compiere gli stessi errori commessi prima da Walter Veltroni e poi da Dario Franceschini. E’ chiaro, infatti, che per il Pd è impossibile fare concorrenza a Di Pietro sul terreno dell’estremismo. L’ex Pm, come si è visto chiaramente nella vicenda del decreto “salvaliste” ha sempre la possibilità di scavalcare a sinistra Bersani e l’intera area di sinistra. Basta che alzi il tiro sul Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano vellicando la paranoia estremista del “popolo viola” ed il gioco è fatto.

Bersani dovrebbe avere la fantasia e la forza per sparigliare. Ma la paura di perdere più regioni di quelle preventivate è troppo forte. E, quindi, il segretario del Pd si prepara a seguire il pessimo esempio dei suoi predecessori. Con un aggravante. Che mentre gli errori di Veltroni e Franceschini alimentavano nel partito e fuori l’illusoria speranza della presenza di una alternativa rappresentata dalla componente dalemiana, Bersani si appresta a bruciare l’unica ed ultima possibilità della sinistra di recuperare un ruolo autonomo ed autorevole. E dopo? Non gli resta che piangere. Alla corte di Di Pietro!

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