Sul giallo che Gianfranco Fini starebbe per lasciare, dopo le elezioni, il Pdl, siamo dell’avviso che non c’è alcun suo interesse nello sfasciare il partito di cui è il cofondatore. Di certo, lui vorrebbe almeno pari dignità e opportunità politica del suo omologo, Silvio Berlusconi. Non è che i cofondatori si amino pazzamente, ma sanno che il loro destino è di stare, nel bene e nel male, sotto lo stesso tetto, altrimenti perderebbero la partita della loro vita. L’uno è chimicamente diverso dall’altro e ciò non è un male, anzi. Basti pensare che i due vengono da due mondi completamente opposti: Fini è un professionista della politica a tutto tondo, Berlusconi era un imprenditore, che decise di scendere in politica. E, guarda caso, la prima mossa politica fu fatta a favore del missino Fini, candidato a sindaco di Roma. Coraggiosamente, invitò gli elettori a votarlo e da lì prese l’abbrivio lo sdoganamento fascista che si tramutò in post fascismo, con la nascita di Alleanza nazionale. Questa è se vogliamo la parte migliore, dopodiché, viene fuori la peggiore fatta di dispetti, incomprensioni e ambizioni. Il mancato governo Maccanico, concepito per fare le riforme, fu boicottato da Fini, mentre Berlusconi lo cavalcava, con il via libera di D’Alema. Per non parlare dell’alleanza alle europee di Fini con Segni, per sfidare Berlusconi, che si presentarono con il simbolo dell’Elefantino, ma fu un insuccesso su tutta la linea. Seppure il Pdl sia concentrato sul tormentone della lista del Lazio, ci sono tanti altri problemi la cui drammaticità non sono meno importanti. Anzi. Uno tra tutti frulla nella testa dei dirigenti: che cosa succederà dopo le elezioni? Con questi chiari di luna (per colpa di una gestione sciagurata delle liste nel Lazio e nella Lombardia i sondaggi danno il Pdl in calo di consenso), il partito di maggioranza relativa sembra che abbia le settimane contate.
Il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, sarebbe il maggiore fautore della scissione, per costruire un nuovo soggetto politico liberal democratico. Sulla sua posizione ci sono diverse versioni, ma quella prevalente è quella che sarebbe pronto per rompere con il partito di cui è il cofondatore. Il punto è questo: veramente Fini, preso dal cupio dissolvi, distruggerebbe quello che anche lui stesso ha creato? I pessimisti dicono che è meglio che si ritorni alla costituzioni di due formazioni, tanto Fini è il nitro e Berlusconi la glicerina, quindi, la dinamite e tutto questo dopo le elezioni farà saltare in aria il Pdl. Gli ottimisti non credono alla rottura, ma non vogliono nemmeno pensare che il Pdl dovrebbe cambiare il suo modo di vita interna politica e organizzativa. I berlusconini sono i peggiori, perché quando il dito indica la luna, loro guardano il dito. E’ una disputa che non sappiamo dove porterà, ma una cosa è certa: quel poco e molto di buono che ci potrebbe stare dentro il Pdl, si sta a mano a mano logorando. Quando Berlusconi fondò, il 18 novembre 2007, a Piazza San Babila, sul predellino di un auto, il Pdl, Fini non sfogliò la margherita, ma puntò deciso sul partito di nuovo conio, spinto anche perché l’aria era soffocante all’interno di An, per colpa di risse e cannibalismo correntizio. Altro non era, quindi, che l’occasione per spiccare il volo e distaccarsi da quei cortigiani, vil razza dannata, che gli facevano perdere tempo e anche immagine. Non aveva dimenticato tutti gli improperi nei suoi confronti, sfuggiti ai suoi dirigenti, in un bar, vicino a Montecitorio, e raccolti da un giornalista con le orecchie tese e, poi, pubblicati sul quotidiano “Il Tempo”. Insomma, solo tramite il Pdl poteva liberarsi della zavorra e, nello stesso tempo, con il rimescolamento delle carte, avrebbe trovato nuovi dirigenti disponibili per costituire un gruppo con cui iniziare un nuovo corso politico. Giammai la formazione di una nuova corrente, meglio che sia una Fondazione, di qui Farefuturo, per coagulare forze ed idee, così da dare al Pdl la peculiarità cultural - politica che Berlusconi, uomo del fare, non avrebbe mai e poi mai data. In più, lo storico quotidiano “Il Secolo d’Italia”, fondato, nel 1952, ai tempi del Msi, conduce battaglie politiche e quelle revisioniste, sotto l’aspetto storico e culturale, sconvolgendo quelli del Pdl e ancor di più quelli del Pd. Tuttavia, Fini dalla sua postazione fa politica, divergendo, in alcuni casi, da quella di Berlusconi, accusato di essere al carro delle Lega si alcuni temi, in special modo sul quello della immigrazione. Quello che è riuscito meglio all’ex Ministro degli Esteri è la costruzione di relazioni sul piano internazionale; in particolar modo quelle con gli Usa e con l’Israele. Nei circoli politici di Washington, Tel Aviv e Gerusalemme puntano molto su Fini, non condividendo alcune amicizie particolari di Berlusconi (Putin e Gheddafi), e non avendo inoltre nel centrosinistra alcun interlocutore affidabile. Nel momento più drammatico della vita politica della Seconda repubblica, Fini e Berlusconi non hanno interesse di dividersi per fare un piacere all’opposizione. E poi, per fare che cosa? Fini al carro di Casini e Berlusconi a quello della Lega? Neanche a morire ci posso credere.

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