10 Marzo 2010 - Interni
REGIONALI
Ma il giudice supremo rimane il popolo

Un paradosso di questi giorni di “caos delle liste” (terminologia abusata di ogni Tg) sta nell’invocazione dell’aiutino dei giudici, siano essi del Tar, del Consiglio di Stato, del Tribunale, anche da parte di quei molti all’interno Pdl, escluso poniamo, Fini, che ne paventano le sentenze perché, dicono quei molti, inquinate dall’arbitrio ideologico, dalla politica di parte. Da ciò il ricorso allo strumento del Decreto richiamando in campo le ragioni della politica (e del buon senso) col visto del vero arbitro del Quirinale per fare argine alla giustizia “politica”. Adesso, con la sentenza del Tar del Lazio, indifferente alle ragioni del Decreto divenuto legge il paradosso continua coll’appellarsi ad un nuovo giudice, il Consiglio di Stato. Nel frattempo, si rischia il rinvio delle elezioni, o altre sorprese, anche da quella strana coppia di Emma&Marco che, supponiamo, non si deve mai essere divertita tanto come nelle ultime ore. Questa settimana di passione ha intanto ridotto a pura parvenza le vere e concrete ragioni delle elezioni (i fatti) svanite dietro una cortina fumogena di arzigogoli e cavilli. Nelle settimane precedenti, per non dire nei mesi e negli anni, la scomparsa dei fatti (e della politica) era progressivamente riempita dall’implacabile martellamento delle inchieste cartacee sulle escort, delle innumerevoli iniziative giudiziarie col corollario di intercettazioni spalmate a piene mani a mò di gogna e di condanna precostituita, senza cioè bisogno di processi.

Dietro questi giochi, chiamiamoli di prestigio, c’era (anche) il disegno di oscurare le importanti realizzazioni, i fatti concreti, del governo Berlusconi, da Napoli all’Aquila all’economia tremontiana per dire, impedendogli di essere ancora il governo del fare, e con l’obiettivo di metterlo in crisi irreversibile. Del resto, non essendo riuscita questa maggioranza a realizzare alcune riforme annunciate, a cominciare dalla giustizia, ha esposto il fianco all’accanimento giudiziario che, peraltro, dura da quando il Cavaliere è disceso in campo, e che vede schierato di nuovo il Pd a rimorchio del dipietrismo urlante al golpe compiuto dal duo Berlusconi&Napolitano. Ora, non è chi non veda il rischio di una situazione scandita dalle sentenze, con fuori dai palazzi le squadre giustizialiste inneggianti all’arresto del premier “fascista”. L’opposizione di Bersani rischia più di tutti, perché sostituisce l’iniziativa e la forza della politica con le sentenze togate, con la piazza vociante e la demagogia dei giacobini da strapazzo. Ma anche la maggioranza, e soprattutto il Premier, corrono rischi se non cambiano registro al più presto. Le elezioni regionali dovevano – devono - essere un test politico per il governo, una sorta di prova del nove per Berlusconi tornato a vincere nel 2008 e a compiere i miracoli di Napoli e dell’Aquila. Poi qualcosa si è inceppato e si è capito che sarebbe stata necessaria un ricorso alle urne anticipato per ridare forza e completezza ad un sistema maggioritario incarnato dal Cav, ma tuttora carente di complete vesti istituzionali. Dopo la fatale Piazza Duomo, questa strada si è rivelata non praticabile e sono riesplosi accanimenti e intercettazioni. Il rischio di oggi è rimanere nel pantano, en attendent riammissioni, sentenze, cavilli. La strada invece da imboccare è quella maestra della politica, di farne rivivere lo spirito, di riappropriarsi della sua logica, di rilanciarne alla grande le ragioni, la progettualità, l’insostituibile ruolo di guida orgogliosa di un paese che non ne può più degli arabeschi più o meno giudiziari. E’ il paese, il suo corpo elettorale, il giudice supremo.

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